Creatività informaticamente adiuvata di Lorenzo Tempesti
La vostra nuova casa, il manifesto che vedete affisso sul palazzo di fronte, la musica che ascoltate, la lampada che vi hanno appena regalato, il discorso del politico in campagna elettorale... gran parte degli oggetti, materiali o immateriali, che vi circondano, sono stati trattati, in qualche fase, con strumenti di tipo informatico. Lo scopo per cui questi strumenti, come quasi tutte le tecnologie, sono adottati, è la capacità di svolgere operazioni complesse in tempi brevi e con una bassa o nulla probabilità di errore.
L’inumanità da alcuni contestata al mondo delle macchine è forse un abbaglio: tutte le operazioni che esse svolgono, infatti, sono state programmate da uomini, che ne hanno ideato e progettato il funzionamento. Ciò che fa sembrare freddo il loro operare è la completa razionalità con cui operano: le macchine sono animali completamente apollinei. Se sono i risultati, invece, ad apparire inespressivi, questo è da imputare allo scarso intervento umano, nella sua dimensione più creativa, fatta di impulsi meno programmati e più intuitivi, diremo ancora una volta dionisiaci.
Sono moltissimi gli artisti che, accanto pennelli e tavolozza, o accanto a carta e penna, hanno ormai come strumento di fiducia un computer, che usano proficuamente per la loro attività. Il loro nuovo amico è un po’ come la prima automobile di una persona che si è sempre spostata a piedi: consente loro di raggiungere più velocemente i luoghi desiderati, ma anche di raggiungere nuove destinazioni, prima soltanto sognate. Tuttavia se uno non sa dove andare poco se ne fa dell’auto, e dunque l’apporto dell’uomo alle produzioni tecnologicamente adiuvate è sempre e comunque se non necessario, almeno desiderabile.
Nella didattica l’informatica è uno strumento pericoloso, non più però delle forbici o dell’acquaragia: conoscendone i limiti, possiamo avvantaggiarci delle sue funzionalità. Innanzitutto c’è il fascino che esercita sul bambino, al pari della prima volta in cui maneggia l’argilla o gli acquerelli: grazie alle sempre nuove applicazioni che può eseguire, il computer è uno strumento aperto e, dunque, sempre in grado di suscitare interesse e curiosità; inoltre, e siamo vicini al pericolo, ci consente di far ottenere ai ragazzi risultati concreti in tempi più brevi, aumentandone il grado di appagamento. E’ tuttavia necessaria un’operazione (a ritroso?) per far recuperare al ragazzo le conoscenze e le abilità elementari che si nascondono dietro ai veloci meccanismi dell’elaboratore elettronico. Non mi riferisco qui a conoscenze di elettronica e programmazione, bensì per esempio alle abilità grafiche manuali che, grazie al software del settore, si realizzano con un semplice click.
Nella musica i risvolti dell’informatica hanno una peculiarità: la possibilità di avvicinare da subito l’allievo alla composizione, scavalcando (momentaneamente) la mediazione e del codice scritto e della tecnica strumentale, ottenibili soltanto dopo anni di studio. E’ scontato che i risultati di una composizione intuitiva e non codificata saranno lontani anni-luce dai requisiti socialmente richiesti a un pezzo musicale. Ma l’obiettivo dell’attività non è la diffusione, bensì un migliore sviluppo delle qualità musicali (e non solo) del ragazzo. In questo modo egli può assaporare una libertà così spesso trascurata negli ambiti educativi accademici, e invece indispensabile per lo sviluppo della sua intraprendenza e della sua coscienza di sè: la creatività. Si muoverà euristicamente, riconoscendo nel suo fare anche gli errori: nel prosieguo dei suoi studi può confrontare la sua visione di “errore” con quella socialmente riconosciuta, capire quale dev’essere il compromesso fra la sua naturale espressività e la ricettività di chi lo circonda. Può imparare, insomma, a vivere. E se in questo cammino l’informatica (oltre che la musica!) può aiutarlo in alcuni passi, mi sembra che una riflessione profonda in questo senso vada avviata.
(Originariamente pubblicato su "Il suono di Pan" n.1)
05/05/2004
